Taccagnerie
I francesi sono tirchi e non fanno la carità. L’ha scritto Libération, raccontando che i miliardari parigini non amano la beneficenza e hanno preferito ignorare l’appello di Bill Gates e Warren Buffett alla filantropia (la ridistribuzione del cinquanta per cento del patrimonio in opere di bene, The Giving Pledge). Libération li ha cercati uno per uno: Bernard Arnault, François Pinault, Vincent Bolloré, Martin Bouygues e altri ricconi omologhi.
6 AGO 20

I francesi sono tirchi e non fanno la carità. L’ha scritto Libération, raccontando che i miliardari parigini non amano la beneficenza e hanno preferito ignorare l’appello di Bill Gates e Warren Buffett alla filantropia (la ridistribuzione del cinquanta per cento del patrimonio in opere di bene, The Giving Pledge). Libération li ha cercati uno per uno: Bernard Arnault, François Pinault, Vincent Bolloré, Martin Bouygues e altri ricconi omologhi, ma la maggior parte ha finto di non esserci, ha risposto al telefono facendo la voce del cameriere filippino, ha simulato un attacco di cuore e si è rintanata nei depositi a ricontare il denaro accumulato. Il presidente di Auchan Francia, Arnaud Mulliez, ha rivendicato la propria visione della filantropia: creare impiego e attività, e far partecipare ai risultati dell’impresa i collaboratori.
Un altro miliardario, Marc Ladreit de Lacharrière, fondatore del gruppo Fimalac, ha spiegato che né Bill Gates né Warren Buffett si sono fatti vivi, e che comunque quel tipo di altruismo è soltanto ideologico. Per non essere ideologici, quindi, per non dare l’impressione di adorare il dio denaro o di essere ultraliberisti come gli americani, i francesi hanno scelto il braccino corto. La Francia infatti è al novantunesimo posto nel World Giving Index del 2010, una ricattatoria classifica mondiale della generosità (sono corsa a controllare: noi italiani saremo forse un po’ burini, ma de core, piazzati al ventinovesimo posto). Superata in altruismo dallo Sri Lanka. Naturalmente i francesi hanno una spiegazione chic per l’avarizia: per gli americani la riuscita sociale ed economica è un segno di elezione divina, e la carità è il dovere che ne deriva. I francesi sono troppo laici ed evoluti per credere alle fesserie sulla beneficenza, e anzi ritengono che il denaro sia un peso piuttosto che una chance (quello che possiedono, però, lo tengono stretto). La carità è una cosa da parvenu, pare di capire, se in Francia fanno perfino manifestazioni, abbigliati come damine del Settecento, tenendo in mano cartelli con scritto: “Salviamo noi ricchi”.
Il popolo è molto interessante per farci sopra convegni, per scrivere articoli (pagati), per parlare (spostandosi i ciuffi ribelli dagli occhi) dell’ingiustizia delle diseguaglianze sociali, per firmare appelli e manifestare con i sans papier, ma l’importante è non esagerare con il pathos, non immedesimarsi e non impoverirsi. Quanto è taccagna la Francia, meno filantropa della Sierra Leone, allo stesso posto del Senegal (e della Spagna). Il World Giving Index è basato su tre tipi di comportamenti: offrire denaro, fare volontariato e aiutare uno straniero. Nemmeno il volontariato è molto gettonato in Francia, ma è proprio l’idea di aprire il portafoglio che la paralizza (la iper miliardaria Liliane Bettencourt, gruppo L’Oréal, diciassettesima nella classifica di Forbes sui più ricchi del mondo, è una delle poche, scrive Libération, ad alimentare una fondazione caritatevole, non si sa se per convenienza o buoni sentimenti). Se vi capita di passare per Parigi, ricordatevi di fare un po’ di carità al posto dei francesi.
Un altro miliardario, Marc Ladreit de Lacharrière, fondatore del gruppo Fimalac, ha spiegato che né Bill Gates né Warren Buffett si sono fatti vivi, e che comunque quel tipo di altruismo è soltanto ideologico. Per non essere ideologici, quindi, per non dare l’impressione di adorare il dio denaro o di essere ultraliberisti come gli americani, i francesi hanno scelto il braccino corto. La Francia infatti è al novantunesimo posto nel World Giving Index del 2010, una ricattatoria classifica mondiale della generosità (sono corsa a controllare: noi italiani saremo forse un po’ burini, ma de core, piazzati al ventinovesimo posto). Superata in altruismo dallo Sri Lanka. Naturalmente i francesi hanno una spiegazione chic per l’avarizia: per gli americani la riuscita sociale ed economica è un segno di elezione divina, e la carità è il dovere che ne deriva. I francesi sono troppo laici ed evoluti per credere alle fesserie sulla beneficenza, e anzi ritengono che il denaro sia un peso piuttosto che una chance (quello che possiedono, però, lo tengono stretto). La carità è una cosa da parvenu, pare di capire, se in Francia fanno perfino manifestazioni, abbigliati come damine del Settecento, tenendo in mano cartelli con scritto: “Salviamo noi ricchi”.
Il popolo è molto interessante per farci sopra convegni, per scrivere articoli (pagati), per parlare (spostandosi i ciuffi ribelli dagli occhi) dell’ingiustizia delle diseguaglianze sociali, per firmare appelli e manifestare con i sans papier, ma l’importante è non esagerare con il pathos, non immedesimarsi e non impoverirsi. Quanto è taccagna la Francia, meno filantropa della Sierra Leone, allo stesso posto del Senegal (e della Spagna). Il World Giving Index è basato su tre tipi di comportamenti: offrire denaro, fare volontariato e aiutare uno straniero. Nemmeno il volontariato è molto gettonato in Francia, ma è proprio l’idea di aprire il portafoglio che la paralizza (la iper miliardaria Liliane Bettencourt, gruppo L’Oréal, diciassettesima nella classifica di Forbes sui più ricchi del mondo, è una delle poche, scrive Libération, ad alimentare una fondazione caritatevole, non si sa se per convenienza o buoni sentimenti). Se vi capita di passare per Parigi, ricordatevi di fare un po’ di carità al posto dei francesi.
Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
